Avete ricevuto una recensione negativa su TripAdvisor a volete cancellarla? È possibile farlo.
Stando a quello che riporta il network “Italia a Tavola”, che da sempre si batte (come d’altronde facciamo anche noi) contro la scorrettezza e la gestione immorale del portale più famoso per la ricerca di alberghi e ristoranti.
Secondo “Italia a Tavola”, una società che si prodiga essere affiliata a TripAdvisor, propone ai ristoratori dei pacchetti per cancellare le recensioni negative dal profilo dei locali registrati su TripAdvisor.

Tripadvisor_logo.jpg
(Foto: TripAdvisor)

TripAdvisor dal lato suo, non prende le distanze da questa cosa, e a questo punto la domanda sorge spontanea:
Se non è vero, perché non sporge denuncia? Esiste un accordo nascosto tra TripAdviso e la società in questione?
Fino ad ora TripAdvisor si limitava a condurre una gestione completamente scorretta del portale, diffamando con false recensioni diversi locali.
Questa volta però non parliamo solo di scorrettezza nei confronti dei ristoratori, perché, in questo caso oltre alla scorrettezza, c’è anche un consistente danno economico nei confronti dei ristoratori.
Italia a Tavola ha ricevuto la registrazione di una telefonata avvenuta tra il titolare di un Hotel della provincia di Bolzano e una collaboratrice della società che dice di avere il diritto di cancellare le recensioni negative dal portale di TripAdvisor, la società in questione si chiama Web reputation by Mediafashion, la quale dice di essere l’unica autorizzata dallo stesso TripAdvisor a cancellare le recensioni negative dal profilo dei ristoranti.
(È possibile ascoltare la telefonata in questione sulla pagina internet di Italia a tavola o sulla pagina Facebook “Gufo? No grazie”)
Di conseguenza, per togliere le recensioni bisogna pagare.
È possibile addirittura fare un pacchetto che consente di cancellare 10 recensioni negative, più di tre di bonus a 1.600€. Inoltre, nel caso si abbia voglia di cencellare le recensioni negative e aggiungerne qualcuna positiva, con questo pacchetto è possibile. Però, se ne possono aggiungere solo tre.
Ricapitoliamo: secondo Web reputation by Mediafashion, è possibile cancellare le recensioni negative dal “correttisimo” TripAdvisor pagando.
Un pacchetto che consente di cancellare 10 recensioni negative, più 3 di bonus, con a richiesta un’aggiunta di tre recensioni positive costa 1600€
TripAdvisor doveva per forza  prendere una posizione nei confronti di questa storia, e la sua posizione è arrivata, inviando una email al proprietario di un ristorante che preferisce rimanere anonimo.
La email la potete trovare sulla pagina facebook “Gufo? No grazie”.

Ne riportiamo alcune parti:
Siamo consapevoli che alcune persone contattano i proprietari delle strutture nel tentativo di richiedere denaro. Tali soggetti promettono di poter manipolare le classifiche di TripAdvisor e di altre piattaforme di recensioni online tramite l’invio di recensioni positive e la rimozione di quelle negative. Qualcuno si spinge persino oltre, dichiarando di intrattenere una partnership diretta con TripAdvisor. Questi gruppi sono conosciuti come “società di ottimizzazione” e le pratiche da esse utilizzate entrano in netta contrapposizione con lo spirito e con i termini di utilizzo del nostro portale, sono immorali e spesso illegali (…) Per evitare qualsiasi fraintendimento le confermo che nessuna società di ottimizzazione è, e mai sarà, affiliata di TripAdvisor e che la pratica della pubblicazione di contenuti non autentici e non provenienti dai viaggiatori si oppone nettamente ai principi su cui si fonda la nostra azienda. (…) TripAdvisor intraprenderà le più rigide azioni possibili contro tali società e contro qualsiasi struttura che tenti di alterare i contenuti disponibili sul nostro sito”.

Pubblicato in Il blog di AppeTeam
Martedì, 24 Novembre 2015 11:49

Come scegliere un ristornate in base al menù?

Ogni anno aprono sempre più ristoranti, a dimostrazione del fatto che quello della ristorazione è un trend che non mostra assolutamente segni di cedimento.
Una così ampia scelta di posti nei quali è possibile  assaggiare del buon cibo, può creare non pochi problemi al consumatore finale, che sempre più indeciso, non sa mai a quali parametri affidarsi per capire a colpo d’occhio se un ristorante sia consigliabile o meno.
Noi consumatori abbiamo a disposizione recensioni, premi e guide per conoscere i locali. Tutti ottimi strumenti per valutare un ristorante, specie se le recensioni sono scritte da una penna importante, ma a quali parametri possiamo affidarci per decidere se realmente vale la pena entrare in un ristorante o no?

menu_RISTORANTE.png

Design del menù e linguaggio ricercato.
A un menù ricco di elementi grafici, in genere si preferisce qualcosa di più semplice, un menù scritto su un foglio di carta, può mostrare la volontà del ristoratore di cambiare in piatti in base a ciò di cui dispone.
Insomma, benvenuto menù del giorno.
Inoltre, sempre più spesso, leggiamo sul menù “trionfi e letti di; avvolgimenti in” e cose di questo genere.
Non sarebbe più appropriato un lessico semplice che sia in grado di descrivere il piatto realmente per ciò che è?
Un lessico ricercato non lo salverà da sapori incerti.

Vasta scelta di piatti.
Le dimensioni del menù contano.
Un menù con una ventina di piatti evidenzia una cura del dettaglio, e probabilmente, la cucina non andrà in crisi quando si trova sommersa dagli ordini.

Controllo finale
Combinando i diversi fattori sopra elencati con una ricerca sullo chef e sul ristoratore, la capienza e del locale e la media dei prezzi, potremmo trovarci meno spesso ad affrontare spiacevoli avventure gastronomiche.

Ora bisogna chiedersi, basterà solo questo per scegliere un buon ristornate a colpo d’occhio?
Alla fine, il giudice in appellabile sarà il palato.

Voi, per esempio, leggendo solo il menù, da cosa intuite se quel determinato locale sarà in grado di suscitarvi emozioni?

Pubblicato in Il blog di AppeTeam

Concluso il Food Innovation Program (primo master organizzato sugli elementi disruptive del food), sta per partire un Future Food Accellerator, che prenderà in considerazione tutto quello che riguarda il food: dal food reatail al packaging.
L’obbiettivo del Food Innovation Program è quello di creare una nuova generazione di imprenditori del food, capaci di portare innovazioni nel prossimo futuro.
Il Food Innovation Program, è un master organizzato dal Future Food Institute, Institute For the Future di Paolo Alto e dal dipartimento di Scienze e Metodi dell’Ingegneria di Reggio Emilia.
Il 20 novembre scorso, proprio nel capoluogo emiliano, al Palazzo dei Musei, c’è stata la cerimonia di chiusura del master.
Durante questa cerimonia, sono state presentate le 4 challenges, con le quali tutti coloro che hanno preso parte al master si sono misurati.
Due sono state lanciate da Barilla, una da Alce Nero, la quarta si è concretizzata in WikiExpo, l’enorme database di documenti prodotti durante ExpoMilano2015.

Foo_Innovation.jpg
(Foto di:Food Innovation Program)

Questa prima edizione del master, ha avuto un successo talmente grande e inaspettato, da far cambiare la durata dello stesso.
All’inizio, spiega Sara Roversi, executive director del FIP, l’idea era quella di far durare il master 2 anni, ma con il notevole successo avuto, sono stati costretti far ripartire una nuova edizione già a settembre.

Che questo master avesse riscosso un grande successo, era facilmente intuibile già dalle adesioni iniziali; alla call, estremamente specifica, hanno risposto ragazzi da tutto il mondo.
Ne è nata poi una classe di venti studenti appartenenti a 13 diversi Paesi, creando così un gruppo multiculturale ma allo stesso tempo multidisciplinare. È stata questa l’arma in più che ha portato al successo i diversi progetti.

Tra i risultati ottenuti ci sono diverse startup, che sono nate proprio durante il corso di studi, startup che sono già in grado di farsi notare.
Tra queste c’è FeatApp, nata da un’idea delle studentesse del master, quest’app si integra con la tecnologia “conta-passi” già presente sugli smartphone.
L’applicazione deposita gettoni in un salvadanaio personale dell’utente a seconda di una determinata quantità di passi effettuati.
I gettoni, alla fine, serviranno per acquistare alimenti di qualità presso rivenditori selezionati, ad un prezzo scontato.

Dopo il master, si è dunque deciso, di fornire un ulteriore strumento agli studenti.
Proprio grazie allo stretto contatto che hanno avuto gli studenti con le imprese, è stato portato alla luce un acceleratore, che inizierà a lavorare dall’anno prossimo.
Si tratta di un acceleratore estremamente verticale, focalizzato sul settore food.
Questo acceleratore andrà ad affrontare tutti gli ambiti, dal food retail, al packaging, alla logistica.

In Italia, abbiamo la fortuna di avere un ambiente adatto per ospitare queste startup, soprattutto all’indomani della fine di Expo, è importante lavorare per rendere l’innovazione costante, aiutando in questo modo tutte le idee di successo del made in Italy.

Pubblicato in Il blog di AppeTeam

Nei discorsi che affrontiamo quotidianamente, sicuramente il cibo fa da protagonista, ci sono infatti, tantissimi proverbi e modi di dire che prendono spunto dalla cucina.
Vediamone alcuni.

cibo_modi_di_dire.png

Modi di dire che hanno come protagonista il pane:
Parla come mangi” chi non si è mai sentito dire una frase del genere? Onestamente credo in pochissimi, possiamo starne certi.
Buono come il pane”. Il pane è l’alimento più diffuso su tutte le tavole. Questo modo di dire sta ad indicare una persona calma e generosa.
Pane per i tuoi denti” questa è un’espressione che si può utilizzare in più contesti, compresi quelli che indicano una vendetta dopo aver ricevuto un torto.
Chi ha il pane non ha i denti e chi ha i denti non ha il pane” chi può non fa, chi invece vorrebbe non ha i mezzi.
Portare a casa il pane” indica lo stato d’animo di tutti quelli che dopo una giornata di lavoro possono tornare a casa decisamente soddisfatti.
L’uomo non vive di solo pane” sottolinea il fatto che l’uomo per star bene ha bisogno anche di altro oltre alle cose materiali.

Proverbi con affermazioni scientifiche:
Al contadino non far sapere quanto è buono il formaggio con le pere” questo è un proverbio che può assumere una duplice chiave di lettura. Potrebbe infatti significare che è inutile fare i misteriosi con chi è perfettamente a conoscenza dei fatti, o ancora, potrebbe essere una metafora per indicare che se tutti venissero a conoscenza di un determinato segreto, non sarebbe più tale.
Tutte le carni finiscono al macello” questo è un proverbio utilizzato soprattutto al sud, e significa che alla fine, anche i più sfortunati, riescono a trovare l’amore.
Tra quelli scientificamente provati troviamo anche “una mela al giorno toglie il medico di torno” o “chi va a letto senza cena, tutta la notte si dimena

Ci sono anche altri modi di dire che prendono spunto dalle favole.
La gallina dalle uova d’oro” è una metafora utilizzata per indicare una persona o un’attività molto redditizia, questo proverbio prende spunto da una favola di Esopo.

Possiamo citare anche alcune frasi fatte, che di solito si usano in compagnia di amici o in situazioni festose.
L’acqua fa male il vino fa cantare” stornello utilizzato da tutti quelli che dopo una serata tra amici, sanno sicuramente come tornare a casa allegri.
L’ospite è come il pesce: dopo tre giorni puzza” questo proverbio non ha bisogno di grandi spiegazioni.
Se non è zuppa è pan bagnato” è un’esclamazione che si usa per definire una situazione che è del tutto simile ad un’altra.
Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino” potrebbe stare ad indicare che chiunque, ripetutamente compie un’azione poco ragionata, alla fine potrebbe trovarsi a vivere una situazione rischiosa.
E ancora: avere il prosciutto davanti agli occhi; dolce come il miele; confrontarsi con una patata bollente. Potremmo continuare ancora per molto, insomma, il cibo nelle nostre frasi quotidiane abbonda.

Voi avete altri suggerimenti?
Quali sono i modi di dire che utilizzate che hanno come protagonista il cibo?
Perché non ce ne indicate qualcuno?

Pubblicato in Il blog di AppeTeam
Giovedì, 12 Novembre 2015 11:00

Il curioso caso dello studente fuori sede

Lo studente fuori sede è un mammifero che appartiene alla sottocategoria dello studente universitario.
Costretto ad abbandonare prematuramente la sua famiglia, lo studente fuori sede si trova a combattere tutti i giorni con una realtà satura di pericoli, come ad esempio dover fare la lavatrice, le pulizie di casa, confrontarsi con i professori, suoi predatori instancabili, fino ad arrivare alla convivenza con altre persone.
Condividere la casa con altri non è più una cosa che rappresenta solo i ventenni universitari, ma è una condizione nella quale si trovano anche molti lavoratori con contratti a tempo determinato, stage o altri piccoli drammi del precariato quotidiano.

studente_fuori_sede.jpg

La convivenza con persone, che il più delle volte non conosciamo, è tutt’altro che semplice, e ci vede costretti ad affrontare gente che come zombie, di notte, quando tutti dormono saccheggia le provviste, piatti che si incrostano in solitudine nel lavabo e non meno importanti le diverse abitudini alimentari.
Lo studente fuori sede sviluppa fin da subito delle importanti modifiche del metabolismo che gli consentono di sopravvivere nutrendosi di pochi ed essenziali alimenti.
L’idratazione è garantita da caffè, bevande gassate, vino e birra. L’acqua no, gli studenti fuori sede non riconoscono l’acqua come contributo essenziale alla vita.

Chiedere delle abitudini alimentari dei nostri futuri coinquilini andrebbe di diritto inserito tra le domande da porgere ai futuri coinquilini quando ci troviamo in procinto di condividere una casa, del resto, se il famoso detto recita “dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei” un motivo ci deve pur essere.

Adesso non possiamo fare una classifica dei diversi modelli di studenti universitari perché sarebbe riduttivo descriverli in poche righe, qui di seguito però elenchiamo quelli che, probabilmente, sono i più comuni, ma non gli unici.

Tra gli infiniti profili sociali di tutte quelle persone che si apprestano a condividere lo stesso tetto troviamo:

Il divoratore di tonno:
Il don Giovanni della pasta al tonno, capace di collezionare più scatolette di tonno che donne.
Un vero e proprio intenditore del tonno sott’olio che lo rende protagonista indiscusso della stragrande maggioranza dei suoi piatti

Il friggitore senza scrupoli:
Questa categoria di studente universitario si nutre di: bastoncini, cordon bleu, sofficini, panzerotti e patatine fritte, tutti quegli alimenti, insomma, che viaggiano in simbiosi con dell’abbondante olio bollente.
Il fisico è talmente abituato a mangiare cose fritte che ormai è diventato immune.

Il cultore dello street food:
Classico studente che sa dove mangiare a qualsiasi ora del giorno e della notte, sa consigliarti dove mangiare il kebab in piena notte, informandoti addirittura degli effetti collaterali che potresti avere il mattino seguente.

Lo studioso di etica:
Quella persona che ti domanda se sei a conoscenza del problema del disboscamento, e ti chiede quanti poveri alberi sono stati abbattuti per produrre l’olio di palma della tua adorata nutella, o ti narra della sofferenza degli animali prima che loro possano diventare una succulenta bistecca che sei in procinto di addentare.
Ti addita come una persona insensibile che non si pone questo tipo di domande, ma pensa solo al suo egoismo culinario.

Il curry curry uaijò:
Genere di persone in grado di trasformare una parmigiana in un piatto unico thailandese apportando poche ma essenziali modifiche.
Il segreto?
L’abbondante uso di spezie che dona un'aroma inconfondibile a tutta la casa.
La sua alimentazione è composta per lo più da cous cous, abile nel dispendere chicchi in giro per la cucina che sa bene che non ripulirà.

Il cocco di mamma:
Non esiste persona al mondo che gli abbia mai visto preparare un sugo.
È capace di far saltare con gran classe il sottovuoto del barattolo di sugo che gli hanno preparato a casa con tanto amore.
Alterna diversi tipi di sughi già pronti a seconda delle persone con le quali si trova a condividere il pasto.
È un inguaribile falso cuoco, alla fine del pasto ha anche il coraggio di osannare le sue doti culinarie.

I tuoi coinquilini a quale di queste categorie appartengo?

Ps.
se per caso conoscere qualcuno che abbia un’alimentazione sana, fatemelo sapere.
Sto cercando casa.

Pubblicato in Il blog di AppeTeam

Avete mai visto un caseificio che occupa meno di un metro quadro e per di più fai-da-te?
Si chiama Cheesemaster ed è il più piccolo caseificio al mondo. Alto poco più di un metro, consente di creare formaggi in real time consentendo così a produttori ed agriturismi di risparmiare.

È possibile mettere in piedi il caseificio fai-da-te in meno di un metro quadrato, questo ne fa di diritto il caseificio (made in Italy) più piccolo al mondo, economico, sostenibile e polivalente. Possiamo parlare di un mini caseificio tascabile, che consente ad operatori come agriturismi, ristoranti, agricoltori e artigiani di prodursi in autonomia e con semplicità prodotti che vanno dallo yogurt alla panna cotta.

Il Cheesemaster è stato creato da Carpigiani, azienda di eccellenza nella produzione di macchine per la produzione di gelato, insieme a Latteria Perenzin, specializzata nella produzione di formaggi tradizionali e biologici di capra vacca e bufala provenienti dagli allevamenti del Veneto.

cheesemaster.jpg

Il Cheesemaster è stato presentato pochi giorni fa alle Fiere Zootecniche Internazionali di Cremona, con l’obbiettivo di fornire soluzioni anti-crisi alle aziende agricole e zootecniche che non riescono più a trarre profitti dalla vendita del latte.
Cheesemaster in appena 103 centimetri di altezza offre la possibilità di integrare il reddito dell’allevamento e di sviluppare il processo di trasformazione del latte direttamente in azienda.
Questo caseificio fai-da-te consente di creare fino a otto tipi diversi di formaggi e yogurt.

La tendenza del mini-caseificio in Italia sta diventando sempre più diffusa, i caseifici fa-da-te attivi nel nostro Paese sono circa 3.500, realtà che si sta allargando anche alla ristorazione con locali attrezzati con piccoli laboratori capaci di produrre formaggi in tempo reale, mostrandone tutte le fasi della lavorazione.
Sarà consentito infatti alle piccole aziende di lavorare il latte a vista e venderlo direttamente anche fresco di giornata.

Questa soluzione potrebbe essere un toccasana per gli agricoltori italiani perché, secondo il dossier pubblicato da Coldiretti, in un anno hanno perso 550 milioni di euro perché il latte viene pagato al di sotto dei costi di produzione.

Pubblicato in Il blog di AppeTeam

Il Consiglio dei Ministri ha finalmente dato il via libera definitivo al disegno di legge di delegazione europea che prevede la reintroduzione dell’indicazione obbligatoria della sede dello stabilimento di produzione o confezionamento per i prodotti alimentari. Ora la norma approderà in Parlamento per essere approvata.

Il ministero delle Politiche agricole vuole specificare che l’obbligo di indicare la sede dello stabilimento di produzione riguarderà gli alimenti prodotti in Italia e destinati al mercato italiano.
In sostanza, questo disegno di legge, chiede la modifica del regolamento europeo 1169/2011 che introduce l’etichetta europea per i prodotti alimentari, il regolamento adottato dall’ Unione Europea, ha eliminato l’obbligatorietà dell’indicazione dello stabilimento, che invece era prevista nella precedente norma italiana.

etichette_alimentari.jpg

Sarebbe stato sufficiente che il Governo, a tempo debito, avesse chiesto all’Unione Europea una proroga dell’etichetta trasparente per mantenere le norme nazionali, evitando in questo modo che scattassero le norme comunitarie.
Vanno a favore di questo disegno di legge tutte le organizzazioni agricole, alcune catene della grande distribuzione e alcune industrie di marca.

A favore  di questo disegno di legge va anche la Coldiretti, la quale fa anche un’importantissima osservazione: Quasi la metà della spesa è anonima e la colpa è della normativa comunitaria contraddittoria. La normativa comunitaria impone l’obbligo di indicare la provenienza nelle etichette per la carne bovina, ma non per i prosciutti, per l’ortofrutta fresca, ma non per quella trasformata, per le uova, ma non per i formaggi, per il miele ma non per il lattePurtroppo il risultato di questa contraddizione è quello che sugli scaffali due prosciutti su tre venduti come italiani in realtà non lo sono, perché provengono da maiali allevati all’estero, ma anche tre cartoni di latte a lunga conservazione su quattro sono stranieri lo stesso vale anche per le mozzarelle.”

Federalimentare, invece, continua a sostenere che non ci possono essere normative nazionali ma solo europee, di conseguenza non si vede favorevole al disegno di legge proposto dal Consiglio dei Ministri.

Pubblicato in Il blog di AppeTeam

Oggi presentiamo un nuovo social: Culinary agents.
Culinary agents è un Linkedin verticale dedicato alle offerte di lavoro nel settore Ho.Re.Ca.

Il fine di Culinary agents è quello di cercare ed offrire lavoro dedicato esclusivamente al mondo della ristorazione.
Culinary agents, però, non si presenta in Italia sotto forma di startup, perché alle spalle ha il leader del Cash&Carry METRO, che ha scelto l’Italia e la Francia per iniziare l’espansione europea di questo progetto social nato negli Stati Uniti nel 2012.

Culinary_Agents.jpg

In Italia il panorama della ristorazione è formato per lo più da piccole aziende, le quali, spesso hanno difficoltà a trovare personale qualificato e la maggior parte delle volte assumono personale basandosi sul passaparola, metodo che oggi risulta lento e poco attendibile.
Per questo motivo METRO ha deciso di iniziare la diffusione di questo social in Italia.

Questo marketplace professionale consente ai professionisti di inserire il loro profilo così come possono fare ristoranti, bar, hotel e tutti gli altri servizi del canale Ho.Re.Ca. e, come un social che si rispetti, la registrazione è completamente gratuita per tutti.
A pagare, poi, sono le attività che vogliono inserire un annuncio di ricerca del personale; i prezzi sono molto bassi, un annuncio della durata di un mese costa 49€ invece l’abbonamento per più annunci 99€, prezzi davvero competitivi.

Negli Stati Uniti Culinary agents conta già 70.000 iscritti.
In Italia, dove è appena partito, gli iscritti sono già 1.500; vi sono profili di business, di professionisti di settore e di persone interessate alla community.
Già, community, una community che annovera diversi nomi importanti del settore, da ristoranti stellati a chef importantissimi come Joe Bastianich, il quale è addirittura testimonial dell’iniziativa.

Culinary agents non è nient’altro che un social network dedicato esclusivamente al food, a breve verrà implementata una parte editoriale, Get inspired, dentro la quale potrete leggere delle storie di successo o altri contenuti caricati dagli stessi utenti.

Per registrati a Culinary agents, come ristoratore o come utente vai a questo link:
CulinaryAgents

Pubblicato in Il blog di AppeTeam

Agriturismi, home-restaurant e chi più ne ha più ne metta: l’offerta food & beverage classica, dal ristorante fino al chioschetto sulla spiaggia, è costretta, sempre più di frequente, a confrontarsi con una concorrenza che ormai usa molteplici armi.
Come ultima cosa i droni, già, perché presto potrebbero essere proprio questi “strani” apparecchi a prendere le redini del servizio a domicilio offerto dai ristoranti.

Il presidente della Fipe, Lino Stoppani, ritiene che ci sia un eccesso di offerta nel settore della ristorazione.
Fa notare lo stesso Stoppani che l’Italia ha un densità imprenditoriale che supera del 40% la media europea.
Nell’Unione Europea fanno meglio di noi, in termini di densità di pubblici esercizi, solo il Portogallo, la Grecia e la Spagna.

ristorazione_facile_da_dire_difficle_da_fare.jpg

Il problema della ristorazione nel nostro belpaese, è che in questo settore, purtroppo, c’è molta improvvisazione, invece il ristoratore dovrebbe essere un lavoro che richiede requisiti di etica, responsabilità e capacità imprenditoriale che non tutti hanno.

I numeri parlano chiaro: negli ultimi 5 anni hanno chiuso circa 50mila imprese operanti in questo settore, mandando in fumo quasi 8 miliardi di euro.

Prima di aprire un’attività che opera nel campo del food&beverage bisognerebbe fare una dettagliata analisi, e bisogna preparare un piano imprenditoriale a lungo termine.
Tutti, o la maggior parte, pensano che sia facile aprire un ristorante.
I numeri, però, dicono l’esatto contrario: ristorazione, facile da dire difficile da fare

Pubblicato in Il blog di AppeTeam
Giovedì, 05 Novembre 2015 10:17

Tutti i numeri della ristorazione in Italia

Come è suddiviso il mercato del food in Italia?
Il mercato totale dei consumi alimentari in Italia vale circa 223 miliardi di euro, 10,4 miliardi di euro quello della ristorazione organizzata.
No, non stiamo dando i numeri. Questo è il risultato emerso da una ricerca realizzata da Tradelab.
La ricerca effettuata da Tradelab fa capire chiaramente che quello italiano è il terzo mercato in Europa in termini di ristorazione, ed ha ancora ampi margini di crescita legati ai cambiamenti socio-demografici (aumento delle famiglie senza figli; dei single e dell’occupazione femminile).
Il nuovo stile di vita assunto dagli italiani ha reso il consumo fuori casa un bene quasi essenziale.

ristorazione_in_italia.jpg

Il consumo di cibo fuori casa può arrivare ad una media di 34 volte al mese per i giovani fino a 34 anni, principali fruitori di questo mercato.
I consumi domestici di alimenti ammontano a 151 miliardi di euro, mente la componente dei consumi fuori casa vale 72 miliardi di euro (il 32% mentre negli anni “70 era del 12%).

In Italia i ristoranti sono circa 110mila, questo è il segmento più importante per la nostra economia: vale 33 miliardi di euro e se considerassimo anche i circa 31.000 take-away il dato arriva a 36 miliardi di euro.
I bar, quasi 130.000, hanno un volume d’affari che gira intorno ai 20 miliardi di euro, mentre la ristorazione organizzata in Italia vale 10,4 miliardi di euro.
La fetta più grande di questa torta è della ristorazione collettiva, mentre bar e ristoranti sviluppati a catena (ristorazione commerciale), anche se in costante crescita, hanno un ruolo ancora inferiore a quello raggiunto in altri mercati europei o internazionali.

Il locale più frequentato dagli italiani quando sono fuori casa è la pizzeria con una spesa sotto ai 30€.
Di fatti, l’unica cosa che non cambierà mai e che resta l’elemento preferenziale nella mente del consumatore è la costante scelta del locale in base al rapporto qualità prezzo.

Una cosa è certa, per restare al passo con la ristorazione europea dobbiamo dare un tocco in più ai locali nostrani, dobbiamo guardare sempre di più al futuro (innovazione; tecnologia; social) pur rimanendo attaccati alle nostre tradizioni culinarie che il mondo intero ci invidia.

Siamo pronti per far questo grande salto nella ristorazione 2.0 prima che sia troppo tardi?

Pubblicato in Il blog di AppeTeam